Nel mercato globale delle etichette stampate, l’evoluzione tecnologica vede la flessografia confermarsi come il punto di riferimento per le tirature lunghe, mentre la quota di valore del digitale cresce più rapidamente in quanto intercetta la frammentazione degli SKU, la personalizzazione e i tempi di consegna sempre più compressi. Per il mercato del printed packaging & labels Smithers prevede una crescita media annua del 3,8% fino al 2029; nello stesso perimetro, i processi digitali mostrano una quota di crescita registrata nel 2024 di +21,6%, proprio per le tendenze che vedono una maggiore richiesta di brevi tirature, versioning e tempi di consegna più rapidi. Nel biennio 2025 – inizio 2026 il concetto di “ibrido” nel label printing si è consolidato lungo due assi industriali distinti: da un lato le piattaforme digitalflexo ad alta velocità (pensate per spostare il crossover digitale verso tirature più lunghe mantenendo qualità e VDP), dall’altro l’ibridazione a moduli tramite printbar/ inkjet unit e sistemi di finitura/trasformazione che portano variabilità, nobilitazione o controllo qualità dentro linee analogiche già installate. Questa doppia traiettoria emerge chiaramente nelle novità e nelle anteprime di Labelexpo Europe 2025, dove l’ibrido è stato declinato sia come piattaforma di stampa completa sia come “add‑on” ad alta integrazione (workflow, registro, ispezione).
Cosa si intende per linea ibrida oggi
Nella progettazione di una linea multi-tecnologica, il significato di ibrido supera il classico “digitale + flexo” nella stessa soluzione, includendo anche retrofit con moduli a getto di inchiostro su linee esistenti, barre inkjet per nobilitazioni variabili, e architetture system-to-compose che permettono di aggiungere o spostare unità analogiche e digitali in base al mix lavori da produrre. Dal punto di vista tecnico-produttivo, non si parla più di linea ”che stampa” ma una soluzione ”che produce”, in grado, cioè, di realizzare il prodotto finito. Un concetto caratterizzato da quattro fattori: automazione dei processi di avviamento; coerenza colore cross-tecnologia (ECG/closed-loop), ispezione 100% e gestione dati (RIP/ DFE+MIS+analytics). Se da una parte resta semplice determinare la velocità nominale anche di una linea complessa, è molto più difficile valutarne l’efficienza complessiva reale senza progettare correttamente workflow, controllo qualità e manutenzione. Il tutto con l’obiettivo di ridurre i tempi di avviamento e gli scarti a pochi secondi e a pochi metri di materiale, trasformando l’analogico in un processo che si avvicina al digitale per capacità di gestire la ripetibilità e i rapidi cambi lavoro richiesti dalle brevi tirature.
Mercato e driver che spingono l’ibrido
L’ibrido è dunque la risposta industriale alla domanda di sistemi per la produzione di etichette in uno scenario in cui si sposta il punto di crossover tra analogico e digitale per effetto combinato di accorciamento delle tirature, aumento varianti, contenuti regolatori e informativi più ricchi, pressione su sostenibilità e riduzione degli scarti in fase di avviamento. Smithers evidenzia che, essendo il digitale particolarmente adatto a tirature più brevi, consegne rapide, versioning e diversificazione SKU, la sua crescita supererà quella dell’analogico a fine decennio, mentre parallelamente la disponibilità di soluzioni ibride abiliterà sempre più una versatilità dei sistemi end-to-end. Si parla ad esempio di linee composte da motore digitale, stazioni analogiche e finishing in linea.
L’impatto della legislazione
Sul fronte normativo e di packaging governance, l’Europa sta ponendo nuovi obiettivi e requisiti che accrescono complessità e contenuto informativo delle etichette, soprattutto su food e personal care. Il nuovo PPWR, le cui prime disposizioni applicative inizieranno dal 12 agosto 2026 e si intensificheranno progressivamente fino al 2030, sono orientate a definire un approccio più eco-sostenibile all’imballaggio. Il PPWR mira anche a limitare requisiti nazionali di etichettatura per evitare barriere alla libera circolazione e introduce il concetto di etichettatura/informazione per facilitare il sorting, inclusi QR code o data carrier per informazioni su riuso e punti di raccolta. Questo contesto produce due effetti diretti sulle linee: fa crescere la richiesta di effetti speciali per differenziazione a scaffale (vernici spessorate, foil, embossing), ma accresce anche la necessità di stampare varianti informative, multi-lingua, microtesti, codici 2D e dati variabili con un controllo qualità stringente. In questo senso le linee ibride uniscono la qualità estetica alla qualità di processo agevolando riduzione rework, controllo colore, gestione automatica di registri e ripetibilità.
Sviluppi tecnologici che definiscono la linea ibrida contemporanea
La convergenza in soluzioni ibride per la produzione di etichette, che sta trasformando il modo in cui le diverse tecniche di stampa riescono a lavorare insieme in linea, sono guidate dall’evoluzione di tre direttrici fondamentali. La prima è la standardizzazione del colore. Smithers cita l’incremento dell’uso di fixed color palette printing (approcci ECG). In una linea ibrida possono convivere flexo, digitale, talvolta serigrafia o offset, ognuna con una propria logica cromatica. Senza un linguaggio comune, l’integrazione potrebbe generare inefficienze. L’adozione crescente del gamut esteso va letta proprio in questa chiave: standardizzare il colore significa rendere compatibili tecnologie diverse, ridurre i cambi inchiostro e soprattutto accorciare drasticamente i tempi di avviamento. Non è solo una scelta qualitativa, ma una leva produttiva che permette alla linea di comportarsi come un sistema unico. La seconda direttrice è l’automazione in una forma evoluta che possiamo definire job-centric. Non è più l’operatore a regolare la macchina partendo da parametri tecnici ma è il lavoro che determina automaticamente le condizioni corrette di produzione. In una linea ibrida questo è fondamentale, in quanto la complessità cresce con il numero di moduli e di variabili da controllare.
L’automazione del registro, dei preset e delle condizioni operative serve quindi a stabilizzare il processo e a renderlo ripetibile, indipendentemente dall’esperienza dell’operatore. La terza riguarda la digitalizzazione del controllo qualità, che diventa parte integrante del processo. I sistemi di ispezione inline collegati ai dati macchina permettono di intervenire in tempo reale, correggendo eventuali anomalie mentre la produzione è in corso con un impatto diretto su scarti, fermi macchina e quindi sull’efficienza complessiva. Ad esempio Domino, nel suo annuncio rilasciato a Labelexpo Americas 2024, ha collegato il modulo ibrido a un sistema di ispezione/monitoraggio R‑Scan, sviluppato in collaborazione con Lake Image Systems, per ridurre scarti, rework e tempi morti, parlando direttamente di miglioramento OEE. Queste tre direttrici definiscono la linea ibrida contemporanea in quanto risolvono i tre principali punti critici dell’integrazione tra tecnologie diverse: il colore, la gestione operativa e la qualità. Quando queste dimensioni sono allineate, la linea diventa un sistema produttivo coerente, capace di esprimere concretamente il potenziale dell’ibridazione.

Progettare l’architettura di una linea ibrida
Quando si progetta una linea multi‑tecnologica offset/flexo/ serigrafia/digitale/nobilitazioni, conviene ragionare a blocchi funzionali e KPI. La velocità lineare nominale è un parametro necessario ma non sufficiente: l’efficienza produttiva reale dipende da tempi di set‑up, scarto di avviamento, colli di bottiglia del finishing e consistenza colore nel tempo. Un punto pratico è riconoscere dove nasce lo spreco. L’avviamento sui sistemi analogici si concentra su registro, pressione, bilanciamento inchiostro e gestione del supporto; quando questi parametri diventano camera‑driven e automatizzati per comprimere drasticamente le fasi non produttive. Dal punto di vista implementativo, una roadmap industriale realistica evita di installare la macchina e poi digitalizzare il reparto. La sequenza deve includere prove su supporti/adesivi, definizione profili colore, integrazione dati e ramp‑up misurato.
Tecnologie ibride: qualche esempio di piattaforme
La flessografia full‑servo resta la base meccanica più scalabile per sistemi multi‑processo e finishing in linea. BOBST, ad esempio, posiziona la MASTER M6 come piattaforma per etichette e packaging con prestazioni in termini di velocità di stampa a 200 m/min con opzione 250 m/min e larghezze banda fino a 670 mm. Caratterizzata da architettura full‑servo offre la possibilità di integrare più stazioni di stampa e fustella. Se l’obiettivo è abilitare ibridazione preservando l’investimento flexo esistente, i moduli retrofit sono spesso il punto di ingresso più razionale. Mark Andy descrive la Digital Series iQ‑R come retrofit UV inkjet piezo DoD con 600 dpi nativi, 4 o 5 colori (WW+CMYK) e velocità 50 m/min in high‑quality e 70 m/ min in high‑production, compatibile con piattaforme Evolution e Performance Series. MPS presenta la EF SYMJET come soluzione ibrida su base EF con unità digitale Domino integrata con testine Kyocera, 600×600 dpi e fino a sei colori più bianco coprente, con web digitale 340 mm e web flexo più ampio (430 mm) per la produzione di etichette autoadesive, shrink sleeve, wrap-around, in-mold, multi-layer, applicazioni “3D” e anche alcuni segmenti di packaging flessibile.
La macchina è proposta con opzioni di converting molto ampie, incluse unità gravure e screen, e consente di eseguire stampa e converting in un solo passaggio. Questa soluzione non è solo “ibrida” lato stampa, ma anche nella combinazione fra decorazione, personalizzazione e finitura inline. Il sistema GT368WSSHSJRH di Cartes combina 8 unità e dispositivi speciali per la produzione di etichette costituite da più strati e il sistema automatico per la rimozione di finestre fustellate (depastillage). Questa configurazione unisce unità convenzionali come flexo semi-rotativa, 3 serigrafie tradizionali piane, stampa a caldo e fustellatura semi-rotativa all’esclusiva tecnologia digitale di nobilitazione “Jet D-Screen” per verniciature tattili ed effetti oro a rilievo serigrafico (3D) e al riavvolgitore turret semiautomatico. Nella serigrafia rotativa inline si concentra una parte crescente della differenziazione premium: non solo bianco coprente, ma soprattutto vernici spessorate e braille. Gallus, nel concetto System to Compose, inserisce la stampa serigrafica tra i moduli di processo e parla di verniciatura a rilievo ad alta risoluzione fino a 300 μm, con unità serigrafica integrata e conversione rapida. Nilpeter i MO‑Line FUSION, fa emergere la logica combinata: possibilità di associare unità Nilscreen (drop‑in o su rail) a unità per hot foiling/embossing, oltre a configurazioni che possono includere flexo e offset nello stesso ecosistema.
Sul fronte offset UV (o offset combinato) in narrow web questa tecnologia affina ancor di più il suo posizionamento sulla produzione di etichette premium ad altissimo livello estetico che include prioritariamente mercati come wine & spirits. Nilpeter MO‑Line FUSION è una macchina combinata che unisce una piattaforma flexo e unità offset a elevato livello di automazione, con precisione fino a 200 m/min, tooling/job setup, settaggi e recall parametri automatici, offrendo anche riduzione dei tempi di avviamento e degli sprechi. In pratica, l’offset combinato entra in una linea ibrida ma offset come base e digitale per varianti grafiche e per effetti speciali e colori spot. DG Press si colloca su un terreno diverso con la DG-Vision, una piattaforma hybrid web offset ad alta velocità che può integrare moduli inkjet, flexo, screen e gravure. È una soluzione più vicina al packaging e alle applicazioni speciali che al narrow web classico per etichette, ma molto interessante dove servono produttività elevata, cambi formato rapidi e forte automazione. Jetron sta lavorando sia sul fronte della stampante UV inkjet D2Roll LB3550 sia soprattutto sulla PB400, una printbar modulare pensata per portare dati variabili, bianco coprente e nobilitazioni digitali su linee analogiche già installate. Il punto forte è l’approccio retrofit, che consente di ibridare impianti esistenti con investimenti più contenuti.
Mark Andy ha rafforzato il proprio posizionamento con la Digital Series HD HighSpeed 1200, una delle proposte più avanzate nel segmento ibrido inkjet/flexo ad alta produttività. La macchina unisce velocità molto elevate, risoluzione a 1200 dpi, gamut esteso e integrazione nativa con moduli flexo per coating, metallic, cold foil e converting, il tutto gestito da un workflow digitale evoluto. Omet, insieme a Durst, propone la KJet come vera piattaforma industriale “single-pass label factory”. Qui il motore inkjet Tau RSCi è integrato con la tecnologia flexo Omet e con un ampio ventaglio di moduli di converting e nobilitazione. È una delle interpretazioni più complete del concetto di linea ibrida, pensata per produzioni ad alta complessità e alto valore. Spande sta sviluppando la propria offerta ibrida integrando la piattaforma flexo S5 con il motore digitale GIP, in configurazioni modulari che combinano inkjet, flexo e finishing. La proposta appare interessante per chi cerca un ingresso nell’ibrido con maggiore flessibilità di configurazione e investimenti più accessibili rispetto ai grandi costruttori occidentali. Rotocon, infine, presenta la RFP Hybrid Solution come piattaforma one-pass che integra flexo e inkjet digitale in una logica di stampa e converting inline. Pur con meno dettagli pubblici sulla sezione inkjet, la macchina si inserisce nella tendenza verso linee modulari e flessibili, da valutare soprattutto su base progettuale e con test concreti sui lavori reali.

Quando la base è digitale
Un punto chiave per l’ibrido non è solo scegliere la macchina digitale, ma decidere se il digitale deve essere piattaforma stand‑alone, motore integrato nativamente o modulo retrofit. Il caso Domino è emblematico: a Labelexpo 2025 ha proposto una soluzione che combina l’N730i Integration Module e Grafotronic DCL2 per comporre una linea compatta in cui il motore inkjet a 1200 dpi è integrato con trattamento corona, verniciatura selettiva e slitting inline. Il tutto orchestrato da software in grado di ottimizzare le sequenze produttive sulla base dei dati reali di macchina. Il modulo N730i è concepito per essere integrato anche su linee flexo con altri partner OEM, offrendo alla soluzione stampa ad alta risoluzione fino a 70 m/min inclusa la stampa affidabile del bianco, e l’uso di Sunrise DFE come RIP in‑line real‑time sui lavori a dati variabili e multi‑SKU. A questo si aggiunge il dispositivo di visione/ispezione R‑Scan per il controllo colore e registro ad alta velocità. Sulla componente digitale inkjet UV, la tendenza si colloca su una risoluzione a 1200 dpi e con gamut esteso.
Mark Andy offre la Digital Series HD HighSpeed 1200 da 146 m/min con piena risoluzione 1200 dpi, struttura UV inkjet a gamut esteso (CMYKOGV + W) e possibilità di integrazione ibrida con stazioni flexo per coating, metallici e cold foil. Anche Domino N730i raggiunge i 1200 dpi, con modalità standard fino a 70 m/min e opzione di produttività fino a 90 m/min, mantenendo la stampa del bianco ad alta opacità alla stessa velocità di processo. Gallus, con Labelfire 340, posiziona l’ibrido in una logica di sistema: 1200×1200 dpi nativi, fino a 70 m/min, gamut fino a 94% del PANTONE® PLUS simulato e un’impostazione che combina digitale UV inkjet con moduli convenzionali e finishing inline, dichiarando integrazione nel workflow Prinect. Nella stessa direzione si colloca la KJet sviluppata da Durst e Omet, una vera “full labels factory” in cui il motore inkjet Durst Tau RSCi è affiancato da moduli flexo, laminazione e fustellatura in un percorso nastro estremamente compatto e automatizzato, pensato per ridurre drasticamente tempi di set-up e scarti.

Flora ha rafforzato questa visione con Orca 350 e la piattaforma J-350, sistemi inkjet UV ad alta risoluzione che integrano nativamente unità flexo, verniciatura, foil e laminazione. L’obiettivo è portare la qualità digitale verso standard quasi offset, mantenendo al contempo velocità industriali e un’elevata capacità di gestione del dato variabile. Analogamente, il costruttore GIP con la serie Falcon propone piattaforme modulari in grado di trasformare anche linee flexo esistenti in sistemi ibridi, introducendo stampa inkjet UV, curing LED e moduli di finishing per applicazioni complesse e ad alto valore. Gallus e Mark Andy hanno evidenziato un ulteriore salto di qualità. Gallus Five, basata sulla piattaforma Labelmaster, introduce un’architettura modulare ad alte prestazioni integrata nel sistema digitale System to Compose, con velocità fino a 100 m/min e configurazioni flessibili in funzione delle esigenze produttive.
Mark Andy, con la Digital Series HD HighSpeed 1200, spinge invece sul fronte della produttività, combinando inkjet e flexo a velocità molto elevate, con gamut esteso e gestione avanzata del dato variabile, in una logica di vera linea ibrida completa, governata da workflow automatizzati Dantex propone la PicoJet 1200 come piattaforma inkjet modulare configurabile in chiave ibrida con stazioni flexo e moduli di converting. Il sistema combina alta qualità, gamut esteso e finishing inline, posizionandosi come soluzione per chi cerca una macchina digitale completa, capace di integrare stampa e trasformazione in un unico flusso. Interessante anche l’ingresso sempre più strutturato in questo mercato di nuovi player come Pulisi, che propone piattaforme digitali configurabili in versione ibrida con integrazione di moduli flexo e nobilitazioni, puntando su velocità elevate, ampia gamma colori e forte flessibilità configurativa. In parallelo, soluzioni come Screen Truepress Label SAI S in configurazione Digistar Hybrid, sviluppata con Lombardi, dimostrano come l’integrazione tra inkjet, flexo e converting possa essere gestita in un flusso continuo e automatizzato, con cambio lavoro rapido e riduzione significativa degli scarti.


