«Non è una tempesta, è la nuova normalità»: questa frase campeggiava al centro di una slide, durante uno dei tanti keynote speech a cui ho assistito nelle ultime settimane. Il lettering, enorme, era sovrapposto all’immagine di una comune casa di provincia minacciata da un uragano. Una metafora esplicita del nostro tempo: un mondo travolto da un ciclone tecnologico che sta cambiando le vite, le imprese, il lavoro, il senso stesso dell’essere umano nella società.

Il punto, però, è che una tempesta passa. Un uragano devasta, ma ha una durata. Qui invece il messaggio era diverso: rilassatevi, amici, questa non è un’emergenza. È il nuovo clima, è la nuova normalità. Abituatevi a stare nell’occhio del ciclone. Allenatevi a rimanere in piedi perché non finirà presto.

Il richiamo alla “nuova normalità” della pandemia è inevitabile. Allora la formula voleva rassicurarci. Oggi suona più radicale. Perché l’intelligenza artificiale generativa e agentica non si limita ad automatizzare compiti. Scrive, decide, interpreta dati, assiste nella consulenza legale, nell’amministrazione, nella gestione dei processi. Non sostituisce solo la fatica fisica, ma invade territori che l’essere umano sapeva essere esclusivi come propri dell’intelligenza, dell’esperienza, del giudizio.

Certo, il genere umano ha superato la meccanizzazione dell’agricoltura, la rivoluzione industriale, l’avvento di internet e dei social media. Ogni volta ha perso qualcosa e si è reinventato ricollocandosi nel mondo del lavoro. Ma questa volta la domanda è più scomoda: dove resta l’uomo, se non è più centrale nelle attività produttive? Se un noto imprenditore dell’IT interrogato su quanti dipendenti ci sono nella sua azienda può rispondere di averne trenta “di carne” e trecento agenti digitali?

Forse riusciremo a costruire un mondo in cui le macchine lavorano per noi mentre noi ci dedichiamo al tempo libero, alla cura, alla creatività… Ma cosa accadrebbe alle persone che sono parte di una società in cui per secoli il lavoro è stato motivo di identità, riconoscimento, realizzazione e appartenenza?

I visionari ci rassicurano: l’essere umano resta insostituibile perché ha cuore, passione, empatia, immaginazione, capacità di emozionarsi ed emozionare. Forse è vero. Ma allora occorre rimettere davvero le persone al centro delle aziende considerando un approccio più contemporaneo che ci impone di superare modelli piramidali, rigidi, fondati sul controllo. Significa delegare, liberare energie, costruire organizzazioni più simili a organismi vivi che a macchine gerarchiche. Camminare nella tempesta non significa opporle resistenza, ma imparare a usarne la forza a nostro favore.

Ma quanta umanità resterà nelle nostre aziende? Nel settore del printing che realizza oggetti fisici mentre tutto è sempre più digitale, la sfida è anche capire quanto e come, domani, saranno ancora gli esseri umani a stampare il mondo.