La regolamentazione europea sulla sostenibilità con il Digital Product Passport, introdotto nel quadro dell’Ecodesign for Sustainable Products Regulation, e il GS1 Sunrise 2027 stanno spostando il packaging da superficie di comunicazione a vera e propria infrastruttura di conformità e tracciabilità lungo le filiere manifatturiere.

L’imballaggio – primario o secondario – diventa sempre più spesso il punto di accesso (machine readable) a informazioni che devono essere verificabili, aggiornabili e coerenti tra produttori, fornitori, logistica, retailer, consumatori e autorità. Due traiettorie, in particolare, convergono e si rinforzano a vicenda. Da un lato c’è il Digital Product Passport (DPP), introdotto nel quadro dell’Ecodesign for Sustainable Products Regulation (ESPR), il regolamento “ombrello” che punta a rendere i prodotti più sostenibili e circolari e che prevede un passaporto digitale con informazioni accessibili elettronicamente.

Dall’altro c’è GS1 Sunrise 2027 (Ambition 2027), che spinge la filiera retail verso codici 2D (QR/ DataMatrix) leggibili in modo standardizzato alle casse e nei flussi, per collegare in modo affidabile il fisico al digitale. In questo scenario, la domanda non è più “metto un QR?”, ma: quale identificatore adottare, con quali regole, con quale governance del dato e con quali processi di aggiornamento.

DPP: la “carta d’identità digitale” che entra nelle filiere

La Commissione Europea descrive il DPP come una “digital identity card” del prodotto (e, in prospettiva, di componenti e materiali), concepita per sostenere sostenibilità, circolarità e compliance lungo il ciclo di vita. L’ESPR è entrato in vigore il 18 luglio 2024 e funziona come framework: non impone un unico set di dati valido per tutto, ma abilita requisiti che verranno definiti per categorie di prodotto tramite atti delegati e implementativi. Cosa cambia in pratica? Il DPP spinge le aziende a trasformare informazioni spesso frammentate – schede tecniche, dichiarazioni dei fornitori, PDF, documentazione interna – in un set strutturato e governato.

A seconda di ciò che stabiliranno gli atti delegati, il passaporto potrà includere dati su materiali e origine, riciclabilità, riparabilità e interventi possibili, nonché aspetti legati a prestazioni e requisiti informativi specifici. Un passaggio importante, spesso sottovalutato, è che l’accesso elettronico al DPP è concepito anche per agevolare controlli e verifiche, inclusi scenari di enforcement e dogana: l’idea è rendere più semplice verificare l’esistenza e l’affidabilità delle informazioni richieste, anche in contesti transfrontalieri. Sul piano operativo, inoltre, il DPP non è solo “un QR”: richiede un ecosistema di servizi e ruoli.

La Commissione sta lavorando anche a un atto delegato sui Digital Product Passport service providers, cioè soggetti/servizi che possono ospitare e rendere disponibili i passaporti per conto degli operatori economici. Questo dettaglio è un segnale chiaro: il DPP diventa un sistema (dati, accesso, responsabilità, affidabilità), non un contenuto aggiuntivo da “appendere” al packaging. In parallelo, l’UE ha aggiornato il quadro sugli imballaggi con la Packaging and Packaging Waste Regulation (PPWR) – Regolamento (UE) 2025/40. Qui il punto non è elencare i singoli requisiti, ma cogliere l’effetto complessivo: progettazione, materiali, requisiti e documentazione tendono a diventare più armonizzati e più “auditabili” lungo filiera. E nella pratica operativa, la confezione e l’etichetta sono spesso il punto dove questi requisiti devono essere visibili, dimostrabili e gestibili.

GS1 Sunrise 2027

Sunrise 2027 non significa lo “spegnimento” immediato dei codici lineari, ma un obiettivo di sistema: arrivare a una condizione in cui una massa critica di retailer e sistemi POS sia pronta a leggere sia 1D sia 2D in modo standardizzato. Questo abilita un salto di standard: il 2D consente di integrare più informazioni e di farlo con regole comuni, aprendo la porta a casi d’uso logistici, commerciali e regolatori più evoluti.

È qui che l’intersezione con il DPP diventa interessante. Il DPP deve essere accessibile elettronicamente e, in pratica, richiede un “data carrier” sul prodotto o sull’imballaggio (secondo quanto verrà definito per singole categorie). La migrazione verso 2D offre quindi un’infrastruttura industriale già orientata a identificatori univoci e interoperabili. E soprattutto introduce un concetto strategico: grazie al paradigma GS1 Digital Link, è possibile aggiornare i contenuti digitali collegati senza dover cambiare il codice stampato, perché l’identificatore rimane stabile e cambiano le risorse/risposte “a valle”. È uno dei motivi per cui l’imballaggio è destinato a diventare un vettore di informazioni aggiornabili, e non un supporto statico.

Il packaging sta diventando una interfaccia regolatoria oltre che commerciale. ESPR/ DPP spingono verso una compliance basata su informazioni digitali accessibili; GS1 Sunrise 2027 spinge verso un’infrastruttura standard per leggere e usare quei dati in retail e supply chain.

Progettare il QR come parte del sistema

Per chi progetta packaging, i requisiti non sono più solo estetici o di leggibilità “di base”. Lo diventa la coerenza con standard e processi. Se un codice deve funzionare a scaffale, in magazzino, alle casse e – domani – come accesso a dati strutturati di prodotto, serve un approccio progettuale: scelta dell’identificatore, regole di codifica, test di scansione, qualità di stampa e controlli in linea. Non a caso GS1 produce linee guida operative per l’implementazione dei 2D al punto cassa, proprio per ridurre ambiguità e problemi “da campo”. E GS1 monitora anche la readiness dei solution provider rispetto alla scansione 2D, segnale che l’ecosistema si sta preparando in modo concreto. A tutto questo si somma la complessità di versioning e mercati: lo stesso prodotto può cambiare lingua, ingredienti/ materiali, claim o configurazioni lungo il tempo e tra Paesi. Se il dato non è governato, il rischio è l’inefficienza cronica: rework grafici, ristampe, pack “vecchi” in circolazione e aggiornamenti normativi rincorsi quando la merce è già distribuita.

Cosa significa per le PMI italiane che esportano

Per una PMI orientata all’export UE, la transizione non è soltanto grafica. Richiede un allineamento reale tra progettazione del packaging (spazi, gerarchie informative, multi-lingua, simboli e area codice), dati e documentazione di filiera (fornitori, materiali, dichiarazioni, tracciabilità) e procedure interne di aggiornamento (chi fa cosa, con quale audit trail, come si propagano le modifiche). Senza questa struttura, il rischio concreto è dover affrontare riprogettazioni frequenti e costose man mano che i requisiti maturano: prima per alcune categorie di prodotto con il DPP, poi per la standardizzazione 2D nel retail, e in parallelo per gli impatti del PPWR sulla gestione e rendicontazione del packaging.

Per le PMI italiane che esportano, la differenza la farà la capacità di trattare questa transizione come un progetto di governance dei dati e processo industriale, non come un semplice restyling dell’etichetta.

Una roadmap pragmatica in 6 passi

Il modo più efficace per partire è costruire una mappa prodotti–mercati–pack: SKU, mercati serviti, formati di confezione e varianti (lingue, ricette/materiali, claim). Da lì si definisce l’identificatore “master” e una strategia 2D coerente con i clienti e con gli standard. Il passaggio successivo è creare un “single source of truth” del dato prodotto: il DPP è un acceleratore proprio perché spinge a rendere le informazioni accessibili e utilizzabili lungo filiera, in modo che non restino documenti sparsi e difficili da sincronizzare. Poi serve progettare l’accesso: non tutto deve essere pubblico, e molti modelli DPP ragionano per livelli (consumatore, riciclatore, autorità, partner). Infine, bisogna mettere in sicurezza l’operatività: regole grafiche per l’area codice, controlli qualità, gestione varianti e workflow di approvazione, fino a un vero change management che gestisca la coesistenza 1D/2D e l’aggiornamento dei contenuti senza obbligare a ristampare packaging a ogni modifica.

Casi d’uso per settori

Nel food & beverage, il 2D sul pack abilita una gestione più solida di lotto e tracciabilità (utile anche in caso di richiami), oltre a contenuti multilingua e dinamici su ingredienti, allergeni e varianti. La parte sostenibilità diventa più concreta quando le istruzioni di conferimento possono essere contestualizzate e aggiornate, riducendo ambiguità su componenti diversi della confezione (tappo, sleeve, etichetta).

Nel beverage premium, poi, la stessa infrastruttura può rafforzare esperienze anti-contraffazione e tracciabilità di canale. Nella cosmetica e personal care, dove le informazioni obbligatorie sono molte e la pressione sulla trasparenza cresce, l’identificatore 2D può collegare in modo ordinato a contenuti estesi (INCI in più lingue, avvertenze, modalità d’uso) e aiutare a gestire aggiornamenti formulativi senza “rompere” la coerenza tra pack e digitale. Qui entrano anche modelli refill e circolarità: indicazioni su separabilità dei componenti, compatibilità ricariche e procedure di conferimento possono essere rese più chiare e aggiornabili.

Nel tessile e negli accessori, i casi d’uso tipici riguardano composizione materiali, origine, istruzioni di cura e durata, oltre alla gestione dell’autenticità (specialmente su prodotti ad alto valore). In prospettiva, questa base informativa supporta anche resale e second-hand: il prodotto “porta con sé” una storia verificabile e aggiornabile. In elettronica ed elettrodomestici, il valore immediato è molto operativo: manuali aggiornati, assistenza, ricambi, stato garanzia e informazioni sulla riparabilità.

Nell’arredo e nei materiali per la casa, l’identificatore 2D può collegare a schede tecniche, istruzioni di manutenzione, informazioni utili per capitolati e progetti contract, oltre a guide di montaggio sempre aggiornate e ricambi. Nella chimica (consumer e B2B: detergenza, vernici, adesivi), il digitale può separare bene i livelli informativi: sul pack resta ciò che serve al consumatore, mentre operatori e professionisti accedono a documentazione tecnica e procedure aggiornate.

Qui il tema change management è particolarmente sensibile: cambiano formulazioni e istruzioni, e poter aggiornare i contenuti riduce il rischio di obsolescenza informativa. Infine, nella componentistica industriale e meccanica – tipico tessuto delle PMI export – l’identificatore 2D sul pack o sull’etichetta logistica può diventare la chiave per connettere seriali e versioni a specifiche, revisioni, certificati e dichiarazioni, migliorando la gestione dei ricambi e riducendo resi ed errori. È anche un modo concreto per rispondere a richieste documentali dei clienti (audit, capitolati, compliance) senza costruire ogni volta pacchetti manuali “ad hoc”. Per le PMI italiane che esportano, la differenza la farà la capacità di trattare questa transizione come un progetto di governance dei dati e processo industriale, non come un semplice restyling dell’etichetta.