In Italia aumentano rapidamente infrastrutture e investimenti: anche l’industria grafica è chiamata a estendere la sostenibilità ai workflow digitali
Quando vediamo qualcuno gettare un mozzicone di sigaretta dal finestrino di un’auto, riconosciamo immediatamente quel gesto come una forma di inquinamento. L’azione è visibile, concreta e riconducibile a una persona e a un momento preciso.
La nostra mente reagisce con facilità ai danni che possiamo osservare direttamente. Molto più difficile, invece, è percepire le conseguenze ambientali delle tecnologie moderne, che si accumulano nel tempo e rimangono lontane dal nostro sguardo.
È ciò che sta accadendo con i sistemi digitali, il cloud e l’intelligenza artificiale. Strumenti ormai sempre più diffusi anche nell’industria della stampa e della comunicazione visiva, ma il cui consumo di risorse viene raramente preso in considerazione.
Le notizie sulla rapida espansione dei data center in Italia rendono oggi questa riflessione ancora più urgente.
Data center in Italia, una crescita senza precedenti
Nei primi giorni di luglio 2026 il tema dei data center è tornato al centro dell’attenzione. In Italia sono già operative circa 200 infrastrutture e, secondo le ricostruzioni pubblicate dalla stampa, altri 83 progetti potrebbero essere realizzati nei prossimi anni. Una crescita che sta trasformando i centri di elaborazione dati da infrastrutture tecniche quasi invisibili in un vero settore industriale, capace di attrarre investimenti miliardari.
L’espansione è particolarmente evidente in Lombardia. Una mappatura del Politecnico di Milano ha individuato 49 data center attivi nella regione, 33 dei quali concentrati nell’area metropolitana milanese. Quest’ultima rappresenterebbe da sola circa 414 MW di potenza nominale, pari al 68% della capacità nazionale rilevata dallo studio.
Milano si sta quindi affermando come il principale polo italiano delle infrastrutture digitali, mentre nuovi investimenti interessano anche Roma e altre aree del Paese. La spinta arriva dalla crescita del cloud, dalla necessità di conservare ed elaborare quantità sempre maggiori di dati e, soprattutto, dalla diffusione dell’intelligenza artificiale.
Il mercato italiano sarebbe destinato a crescere nel 2026 a un ritmo vicino al 15%, sostenuto proprio dalla domanda di capacità computazionale collegata all’AI. Per il periodo compreso tra il 2026 e il 2029, le stime indicano investimenti potenziali nell’ordine dei 25 miliardi di euro.
Questi numeri raccontano un’importante opportunità industriale, ma aprono anche interrogativi su energia, acqua, consumo di suolo, infrastrutture elettriche e pianificazione territoriale.
L’intelligenza artificiale non vive nel cloud
Espressioni come “cloud computing” possono dare l’impressione che i servizi digitali funzionino in uno spazio immateriale. In realtà, dietro ogni piattaforma, applicazione o strumento di intelligenza artificiale esiste un’infrastruttura fisica.
Quando un utente inserisce un comando per generare un testo, analizzare dei dati o creare un’immagine, la richiesta viene trasmessa a uno o più data center. Qui processori ad alte prestazioni e GPU eseguono miliardi di operazioni, consumando elettricità e producendo calore.
Per continuare a funzionare, queste apparecchiature devono essere raffreddate. Il processo richiede ulteriore energia e, a seconda delle tecnologie adottate, può comportare anche un utilizzo rilevante di acqua.
La crescita dell’intelligenza artificiale sta inoltre aumentando la densità energetica delle infrastrutture: più potenza di calcolo viene concentrata negli stessi spazi, maggiori diventano le esigenze di alimentazione, raffreddamento e continuità operativa.
La richiesta apparentemente innocua di generare un’immagine divertente per un post sui social attiva quindi una catena di operazioni molto più complessa di quanto appaia sullo schermo.
Il problema è soprattutto percettivo. Poiché non vediamo l’energia consumata dai server o l’acqua impiegata nei sistemi di raffreddamento, tendiamo a non considerarne l’impatto con la stessa attenzione riservata agli scarti di carta, agli inchiostri, ai trasporti o alle emissioni di una linea produttiva.
Il nodo energetico della crescita digitale
L’espansione dei data center sta già producendo conseguenze concrete sulla pianificazione della rete elettrica italiana.
Secondo Terna, alla fine del 2024 le richieste di connessione alla rete presentate per la realizzazione di data center ammontavano a circa 30 GW. Al 30 giugno 2025 erano salite a oltre 50 GW, distribuite su più di 300 iniziative.
Si tratta di richieste, non di impianti necessariamente destinati a essere tutti realizzati. La loro dimensione evidenzia però quanto rapidamente stia aumentando l’interesse per queste infrastrutture e quale pressione potenziale possa esercitare sulla rete.
Già nei primi mesi del 2026 sarebbero arrivate ulteriori richieste per oltre 22 GW. La distanza tra la potenza domandata dagli operatori e quella effettivamente disponibile rende l’accesso alla rete uno dei principali fattori in grado di determinare quali progetti saranno davvero costruiti.
Per questo la crescita dei data center non può essere considerata soltanto una questione tecnologica. È anche un tema di politica energetica, governo del territorio e competitività industriale.
L’Italia deve riuscire ad alimentare queste strutture con energia stabile e, nello stesso tempo, garantire la continuità del servizio alle imprese, alle abitazioni e alle altre attività produttive. Terna sottolinea inoltre la necessità di una pianificazione integrata, accompagnata da sistemi di autoproduzione, accumulo e gestione dei consumi nei momenti di picco.
Consumo di acqua, suolo e infrastrutture
L’energia non è l’unica risorsa coinvolta. La realizzazione di grandi data center può incidere sul consumo di suolo, sulla disponibilità idrica, sulla viabilità e sulla struttura urbanistica dei territori.
Il tema è particolarmente rilevante in Lombardia, dove la concentrazione delle infrastrutture ha spinto le istituzioni a introdurre regole più precise per localizzazione, autorizzazioni e mitigazione degli impatti.
Le linee guida regionali richiamano espressamente sia le opportunità economiche e occupazionali sia gli effetti legati al consumo di energia e territorio. La Regione ha inoltre avviato un percorso normativo specifico per colmare un quadro regolatorio rimasto a lungo frammentato.
La questione non riguarda soltanto la quantità di risorse utilizzate, ma anche la qualità dei progetti. Un data center realizzato recuperando un’area industriale dismessa, alimentato da fonti rinnovabili e dotato di sistemi efficienti di raffreddamento presenta un profilo molto diverso rispetto a una struttura costruita su nuovo suolo e dipendente da energia ad alta intensità di carbonio.
Per questo non è corretto considerare tutti i data center allo stesso modo. Efficienza energetica, origine dell’elettricità, utilizzo dell’acqua, recupero del calore e inserimento territoriale diventano parametri decisivi.

La sostenibilità è già parte della cultura dell’industria grafica
Il settore della stampa ha costruito nel corso dei decenni una solida cultura della sostenibilità. Le aziende misurano gli scarti, analizzano le catene di fornitura, ottimizzano i processi produttivi e investono nella riduzione delle emissioni e dei consumi.
Dalla scelta di carte certificate all’efficienza energetica delle macchine, la sostenibilità non viene più percepita come una tendenza passeggera, ma come una componente dello standard professionale.
Rimane però un punto ancora poco esplorato: l’impatto ambientale dei sistemi digitali utilizzati prima, durante e dopo la produzione.
Quando si parla di contenuti generati dall’AI, automazione dei workflow, prestampa in cloud o strumenti creativi generativi, l’attenzione si concentra soprattutto su velocità, costi, produttività e nuove possibilità espressive. Molto meno spazio viene riservato all’energia e alle infrastrutture necessarie per rendere disponibili questi servizi.
Non si tratta necessariamente di disinteresse. Più semplicemente, tendiamo a gestire con maggiore attenzione ciò che possiamo vedere, misurare e collegare direttamente alle nostre attività.
Dalla sala stampa al cloud: ampliare il ciclo di vita
L’industria grafica conosce bene il concetto di ciclo di vita. La sostenibilità della stampa non riguarda soltanto il supporto, ma l’intera catena: materie prime, produzione, logistica, utilizzo, recupero e fine vita.
Lo stesso approccio dovrebbe essere applicato alle tecnologie digitali.
Anche un software, una piattaforma cloud o uno strumento di intelligenza artificiale possiedono un ciclo di vita, richiedono risorse e producono conseguenze ambientali. Questi effetti possono non essere immediatamente visibili in sala stampa, ma non per questo sono meno reali.
Una valutazione completa della sostenibilità aziendale dovrebbe quindi considerare non solo carta, lastre, inchiostri, consumi delle macchine e gestione dei rifiuti, ma anche archiviazione dei dati, trasferimenti di file, servizi cloud, rendering, automazioni e applicazioni di AI generativa.
Il settore grafico ha inoltre una responsabilità che va oltre le proprie attività produttive. Le aziende di stampa realizzano materiali, campagne e progetti che comunicano la sostenibilità di altri comparti, contribuendo a orientare la percezione del pubblico e delle imprese.
Questa posizione comporta una maggiore attenzione alla coerenza tra ciò che viene comunicato e ciò che viene effettivamente praticato.
AI non serve rinunciare, ma scegliere meglio
L’obiettivo non è abbandonare l’intelligenza artificiale o rallentare l’innovazione. L’industria grafica ha sempre saputo adottare nuove tecnologie, trasformandole in strumenti concreti per migliorare produttività, qualità e competitività.
La stessa capacità di innovazione deve però essere accompagnata da una maggiore consapevolezza.
Un primo passo consiste nello scegliere lo strumento più adatto al compito. Non tutte le attività richiedono modelli di intelligenza artificiale particolarmente complessi o un’elevata potenza di calcolo. In molti casi, un software tradizionale, un’automazione semplice o una procedura consolidata possono offrire risultati adeguati con un minore impiego di risorse.
È utile anche distinguere tra i diversi livelli di impatto. La generazione di un breve testo, la creazione di immagini, l’elaborazione video e i workflow automatizzati più articolati non comportano lo stesso carico computazionale.
La consapevolezza di queste differenze può già modificare il comportamento degli utenti, ridurre elaborazioni superflue e favorire un utilizzo più razionale delle tecnologie.
Più domande ai fornitori digitali
Le aziende possono iniziare a chiedere ai propri fornitori informazioni più precise sull’origine dell’energia utilizzata, sull’efficienza dei data center, sulle modalità di raffreddamento e sugli obiettivi ambientali adottati.
Altri elementi da valutare sono il recupero del calore prodotto, l’utilizzo di energia rinnovabile, la localizzazione delle infrastrutture e la disponibilità di indicatori trasparenti sui consumi.
Quando clienti e utilizzatori pongono domande specifiche, anche i fornitori sono incentivati a migliorare la qualità delle informazioni e a sviluppare soluzioni più efficienti.
Le organizzazioni che già misurano le proprie prestazioni ambientali nella produzione stampata possono quindi estendere gradualmente questa valutazione ai workflow digitali, al cloud, ai software e agli strumenti di intelligenza artificiale.
Un altro elemento centrale riguarda la formazione. Le nuove generazioni di professionisti della comunicazione grafica dovrebbero conoscere non soltanto le potenzialità delle tecnologie digitali, ma anche il loro impatto ambientale.
Così come ogni processo fisico utilizza materiali ed energia, anche un’attività digitale richiede risorse, sebbene in luoghi spesso molto lontani dall’utilizzatore.
La sfida della misurazione
Misurare l’impatto ambientale dei sistemi digitali non è semplice. I dati non sono sempre trasparenti, i modelli di calcolo non sono uniformi e le infrastrutture possono cambiare sensibilmente da un fornitore all’altro.
Il settore della stampa ha però già affrontato difficoltà simili.
In passato, molte prestazioni ambientali erano difficili da confrontare. Attraverso standard, certificazioni, sistemi di tracciabilità e metodologie condivise, l’industria è riuscita progressivamente a trasformare la sostenibilità in un elemento misurabile.
Una trasformazione analoga sta iniziando anche nel mondo digitale. Le imprese e i professionisti che pongono oggi le domande più corrette potranno contribuire alla definizione degli standard di domani.
Rendere visibile l’infrastruttura dietro l’AI
Il mozzicone gettato dal finestrino rimane una metafora efficace. Non per la dimensione del rifiuto, ma perché dimostra quanto sia semplice collegare un gesto visibile alle sue conseguenze.
Al contrario, tendiamo a separarci dagli effetti che non possiamo osservare direttamente.
La crescita dei data center in Italia rende però sempre più difficile considerare il digitale come qualcosa di immateriale. Dietro l’intelligenza artificiale ci sono edifici, server, connessioni elettriche, sistemi di raffreddamento, acqua, territorio e investimenti industriali.
L’impatto può essere più difficile da calcolare rispetto a quello di un processo produttivo tradizionale, ma non può essere ignorato.
L’industria grafica dispone già degli strumenti culturali necessari per affrontare questa sfida: una visione di filiera, una lunga esperienza nella misurazione degli impatti, una cultura della responsabilità e la capacità di adottare le innovazioni in modo pragmatico.
La vera sfida sarà applicare gli stessi principi anche al digitale, rendendo finalmente visibile l’infrastruttura che sostiene l’intelligenza artificiale.

