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Le pubblicazioni d’arte sono una voce sempre più importante per le aziende del settore grafico editoriale, almeno per quelle di maggiore esperienza e reputazione. Il moltiplicarsi di mostre è un segnale del crescente interesse del pubblico per la pittura e i cataloghi, tra cui molti di grande pregio, si sono ritagliati uno spazio tutt’altro che marginale, anche grazie alla competenza di un made in Italy che in questo campo si sa distinguere e conquista fette di mercato anche all’estero.

È il caso della Manifattura del Seveso, azienda a proprietà famigliare da quattro generazioni con quasi cent’anni di attività alle spalle. Grazie all’esperienza nella nobilitazione e nel finissaggio dei tessuti, si è affermata come produttore (e leader in Italia e in Europa) di tele per la legatoria, la cartotecnica e il packaging di lusso. Le tele che escono dallo stabilimento di Osio Sotto, nei pressi di Bergamo, sono le sole al mondo certificate FSC, e quindi riciclabili e rispettose dell’ambiente.

Proprio in questi giorni l’azienda contribuisce a tenere a battesimo l’ultimo spazio arrivato sulla scena milanese, il Museo delle culture Mudec, creato dall’architetto David Chipperfield nell’area espositiva dell’ex Ansaldo di via Tortona. A inaugurare la struttura la mostra intitolata “Africa”, con oltre 200 pezzi originali che testimoniano la raffinatezza dell’arte del Continente nero. E il catalogo della mostra è rivestito proprio con le tele della Manifattura del Seveso.

“Dopo qualche anno di assenza c’è un grande ritorno dei rivestimenti in tela per i cataloghi delle mostre e dei musei, e noi abbiamo intercettato questa tendenza forti dell’esperienza nei tessuti per packaging, libri, shopper, cataloghi di moda – dice Francesco Vaia, responsabile marketing -. Non la consideriamo una semplice lavorazione, ma una nobilitazione nel vero senso del termine. Nel caso di “Africa, terra degli spiriti”, il catalogo è ricoperto di tessuto di cotone sul retro e sul dorso, più una parte della copertina anteriore, in un colore che richiama la terra dell’Africa. E la legatura è stata curata dalla Lego di Vicenza, un’altra azienda della tradizione editoriale”.

Una vera e propria tendenza, testimoniata dal successo dei cataloghi delle mostre di Kandinskij, Klimt e Pollock al Palazzo Reale, tutti realizzati in tessuto a riprova di una corrente tipicamente italiana. E all’arte si affiancano sempre più spesso anche le lavorazioni per le grandi firme della moda e dell’oreficeria: l’azienda bergamasca sta infatti per chiudere un’intesa di grande livello con una griffe che ha fiutato il vento e si è orientata verso l’utilizzo del tessuto.

“Un gusto come il nostro non si ritrova nemmeno a Parigi per le mostre curate al museo d’Orsay per le glorie della pittura francese – aggiunge Vaia -. Anzi, Oltralpe i cataloghi li fanno in brossura o addirittura in carta plastificata, mentre la nostra collezione comprende tele in viscosa, cotone, tessuti serici accoppiati a carta, cotoni spalmati in acrilico, vasta scelta di colori. Proponiamo tele seriche per il mercato del lusso che offrono grandi risultati nella stampa offset. Soluzioni grafiche e di stampa che rappresentano un supporto per la creatività sia nell’arte che nel lusso”.

I cataloghi museali e delle mostre possono avvantaggiarsi di vari tipi di nobilitazione, compresa la stampa in offset oppure le serigrafie semplici e spessorate o i tessuti arricchiti con stampe a caldo. Oltre all’Europa un nuovo importante mercato potrebbe diventare quello americano. Che poi nuovo non è, visto che alla mostra dello stilista Alexander McQueen al Moma si sono vendute centinaia di migliaia di copie del catalogo curato in tessuto abbinato a una resa tridimensionale.

“Forse si produrranno sempre meno libri, ma la tendenza sarà di farli sempre più belli, curati e costosi, di grande formato: quasi dei complementi d’arredo – conclude Vaia – che privilegiano la qualità. Sul piano tecnologico Il tessuto ormai non ha più barriere perché si presta a produzioni di qualsiasi genere, a differenza della pelle che è molto costosa ma più difficile da lavorare”.