Forse perché è la prima volta che dedichiamo uno speciale sul tema della logistica, in redazione abbiamo condotto ricerche che ci hanno portato a riflettere in modo particolare sulle interconnessioni della nostra industria con quelle a essa collegate: approvvigionamenti energetici, componentistica, export… Le discussioni che si sono aperte ci hanno portato alla conclusione che anche la piccola e media azienda che fa parte di una filiera come la nostra non può pensare a un piano di sviluppo prescindendo da quello che accade a livello planetario.
Mi è così balzato alla mente l’intervento che ha concluso la scorsa edizione della Print4All Conference. Il relatore, Alessandro Aresu, analista geopolitico ed esperto di strategie e politiche pubbliche, ha offerto alla platea della Conference uno sguardo generale sulle tendenze strutturali che riguardano il quadro geopolitico e macroeconomico.
Alcune sono già particolarmente evidenti e strutturate come il fatto che il baricentro manifatturiero del pianeta si è spostato in Asia orientale, dove oggi si trovano i dieci principali porti commerciali del mondo. Politica ed economia si intrecciano in modo stabile e dazi, sanzioni, controlli sugli investimenti e sulle esportazioni hanno esteso il rischio politico al rischio regolatorio. La globalizzazione ha esasperato l’interdipendenza delle filiere, che legate le une alle altre, sono sempre più vulnerabili.
Per fare un esempio Aresu ha citato il caso Nexperia: quando l’Olanda ha preso il controllo dell’azienda di proprietà cinese, Pechino ha bloccato le forniture dall’impianto di Dongguan dove si assemblano i chip, e BMW senza quei componenti si è trovata in affanno per l’assemblaggio delle sue auto a cui non poteva montare l’elettronica. Basta fermare un anello per interrompere la catena.
Anche il nostro settore lo ha vissuto in maniera drammatica durante la Pandemia da Covid-19 quando la carenza schede elettroniche ha rallentato la produzione di macchine e quella di lastre ha impattato sull’offerta di stampati. Per questo è bene tenere presente che le tensioni nello stretto di Hormuz non riguardano solo il petrolio: dal Golfo arrivano energia e materiali come l’elio, essenziale per l’elettronica, da cui dipendono anche le nostre fabbriche.
C’è poi la questione dei mercati. I costruttori italiani di macchine vivono di export, e ogni nuova barriera commerciale, dagli Stati Uniti all’Asia, pesa sui loro conti. Nella geografia del potere, Aresu ha sottolineato l’importanza di valorizzare i talenti: mentre Taiwan e Cina costruiscono la loro forza sulla formazione di ingegneri e tecnici, le nostre aziende faticano a trovare operatori qualificati. In un Paese che invecchia e in un settore che per trovare nuovo impulso deve tornare attrattivo per i giovani, investire in formazione è assolutamente strategico.
In questo scenario, diventa decisivo per ogni azienda affiancare al piano industriale una mappa del mondo aggiornata. Chi saprà leggerla prenderà decisioni migliori su fornitori, mercati e investimenti.

